The substance
a porte chiuse
se è mio destino d’essere Re // il tuo viso // ordinerò di coniare al mio popolo // nell’oro vivo delle mie monete! // lo so, // per una donna sempre si paga. // non fa niente, // se intanto, // non ti vestirò // con l’elegante abito di Parigi // ma soltanto col fumo della sigaretta. Majakovskij, 1915
Ci sono due mondi - e io vengo dall’altro. Da Diario Bizantino, si cerca di tessere l’inesprimibile al fine di dissipare l’essenziale e rovesciare ogni ispirazione all’unificazione: la vastità cosmica della visione, la frontiera mobile oltre la quale colore e suono si compiono e sono congiunte le cose di questa terra. Allora, sottintesi tutti i naufragi, il poeta (Czeslaw Milosz) torna ad essere uno dei tanti / mercanti e artigiani dell'Impero del Giappone / che componevano versi sui ciliegi in fiore, / i crisantemi e la luna piena1.
Ed io vengo dall’altro: vivere, vivere con altri, origina nel vivere insieme al proprio sé. nel Socrate, Hannah Arendt cita il titolare del saggio come primo nel formulare il concetto di coscienza - anche se non sostantivata né intenzionata. La ragione per cui gli imperativi morali sussistono anche in assenza di testimoni, in condizioni solitarie ed in contesti extra-sociali, seguendo Arendt, secondo Socrate, vuole che nel caso si commetta un omicidio, molto semplicemente, ci si consegni d’ora in poi alla compagnia d’un omicida: non si è mai veramente soli, il sé ha sempre la possibilità ed il dovere di testimoniare positivamente la sua propria realtà. Congiuntamente, in Aristotele, vivere, vivere con altri, origina nel vivere insieme al sé, come il doppio in uno. l’assioma primordiale dell’etica e della logica, secondo Arendt, afferisce alla nozione aristotelica di coscienza, ossia che l’individuo non appare solamente all’Altro, agli altri, ma anche a sé stesso. L’individuo non solo esiste nella pluralità, ma interiorizza e segnala questa pluralità al suo interno: il sé non può mai assumere la stessa esatta forma e sostanza ritenutami dall’Altro, rimane ineluttabilmente (quando non in malafede) cangiante ed equivoco. È questa equivocità che permette al sé di distinguere l’umanità umana, quando le mie attese verso l’altro dipendono dalle potenzialità perennemente cangianti del sé con il quale vivo.
La distinzione tra la peculiare forma di esistenza umana e le cose, tra l’umano e l’inumano, è la differenziazione ontologica alla base dell’esistenzialismo sartriano, tra l’in-sé (inumano, inorganico), ed il per-sé (l’umano). Alle cose: un’essenza stabile nel tempo. Gli esseri umani, invece, sono esistenze che si temporalizzano, mai uguali a loro stesse, anche quando pretendono di esserlo (malafede). È nella Critica della Ragione Dialettica che Sartre introduce chiaramente il tema del disumano, quel movimento che, dalla materia inorganica e dall’Altro, agisce incessantemente nel ridurre l’uomo ad essere una cosa. Il disumano s’instanzia nel mondo attraverso relazioni e pratiche mutuali di reificazione e disumanizzazione, originate nell’ineludibile contingenza della penuria, la negazione del fatto che il mondo possa essere stato fatto per l’uomo e per soddisfare i bisogni dell’umanità tutta. È la penuria che costringe le relazioni di riconoscimento dell’Altro al solo contro-uomo. È la penuria che condiziona originariamente le relazioni degli individui con l’ambiente e le realtà circostanti, ed è la base per le possibilità della storia umana, quest’ultima nient’altro che l’amaro, accanito confronto con la penuria. È una penuria di mezzi, di risorse, di tempo, un fondamento disumano che agisce in ogni dimensione umana: la natura non è progettata per soddisfare i bisogni dell’uomo. Tuttavia, non è lecito assumere la penuria come un ontologico logicamente necessario: sono le singole azioni umane, le praxeis, che hanno contribuito e contribuiscono a mantenere la penuria. Questa è conseguenza anche di scelte ed azioni organiche, é frequentemente creazione artificiale: il colonialismo ed il capitalismo ne sono esempi, e la penuria, sebbene universale, è distribuita disegualmente attraverso regioni del mondo differenti e differenti contesti cronologico-temporali. La relazione fondamentale del sé con l’altro è dunque una relazione di penuria: l’Altro diviene il naturale competitore per le sostanze naturali ed i beni di sussistenza, e minaccia la soddisfazione dei bisogni del sé ottemperando alla realizzazione delle sue necessità. Ogni uomo si manifesta dunque come una continua minaccia all’Uomo stesso, come il contro-uomo che necessariamente porta in se stesso la possibilità di attentare alla sopravvivenza dell’altro. Inevitabilmente, seguendo Sartre, nell’affrontare il contro-uomo, l’uomo si porta come disumano e disumanamente si relaziona all’altro, in quanto la penuria struttura ogni membro del gruppo sia come possibile superstite che come membro eccedente da sopprimere, e questa struttura è interiorizzata oggettivamente sia dal sé che dagli altri. Ogni uomo, dunque, possiede ed agisce secondo una struttura inerte di disumanità, null’altro che l’interiorizzazione della negazione materiale sofferta dall’intero corpo sociale di esseri umani: ogni uomo è vittima di penuria e perpetuatore della distruzione materiale dell’Uomo, esperendo il cosiddetto doppio demoniaco. In altri termini, per ciascuno l’uomo esiste in quanto uomo disumano o come specie estranea: ciascuno è uomo disumano per tutti gli altri, considera tutti gli altri come uomini disumani e si relaziona con l’Altro esclusivamente in disumanità. La penuria interiorizzata rende l’uomo un uomo-penuria, il quale prende le sue decisioni etiche, economiche, sociali in base a questa condizione non solo di fatto insuperabile, ma che l’individuo considera innanzitutto come indispensabile, come un destino. Il doppio demoniaco supera ogni forma di antagonismo, e richiama la stessa lotta per la sopravvivenza nel contesto di una competizione mortale. il rischio permanente del proprio annientamento, ossia la possibile negazione di qualsiasi soddisfacimento futuro, si costituisce come il male assoluto, il male manicheo: e l’uomo assumerà la distruzione di questo male come il conseguente, e necessario, imperativo etico. Questo, seguendo Sartre, è il fondamentale etico, nella forma dell’imperativo distruttivo: il male deve essere eliminato attraverso il ricorso a qualsiasi mezzo, la violenza essendo il più ovvio e naturale. Questa, tuttavia, non sarà mai percepita come un’azione originaria, ma come una contro-violenza, una risposta alla violenza originaria della penuria esperita tramite la minaccia posta dalla sola esistenza dell’altro. La contraddizione insolvibile si manifesta immediatamente: distruggendo nell’avversario la disumanità del contro-uomo, non posso, di fatto, che distruggere in lui l’umanità dell’uomo e realizzare in me la sua disumanità2. Nel tentativo di superare la penuria materiale, l’uomo-penuria percepisce se stesso nell’altro come un’altra libera minaccia da eliminare: anzi, è la propria realizzazione che l’Altro, come l’individuo stesso, sia perennemente nelle condizioni di diventare contro-uomo che giustifica il fondamentale etico manicheo, l’Altro come male incarnato. Nel tentativo di superare la condizione disumana della penuria, sono state riprodotte artificialmente ulteriori dinamiche disumane. Nel tentativo di trattare l’Altro come non-umano, l’individuo si converte in non-umano.
la praxis dell’uomo, volta a superare la penuria, genera quindi l’anti-praxis, una contro-finalità che la investe e la rende altra da ciò che avrebbe voluto essere: «l’uomo non deve soltanto lottare contro la Natura, contro l’ambiente sociale che l’ha generato e contro altri uomini, ma anche contro la propria azione in quanto diventa altra». la materia è una sorta di «praxis rovesciata», che ritorna all’uomo con un risultato disumano3.
La praxis di Elizabeth, volta a superare la penuria, genera quindi l’anti-praxis (la sostanza ed il suo rapporto con essa), che la investe e la rende altra da ciò che avrebbe voluto essere. In un ecosistema di penuria, l’unica relazione possibile con l’Altro (Sue) è la contro-violenza manichea: distruggere nell’avversario la disumanità del contro-uomo. Finalmente, Elizabeth esperisce il doppio demoniaco: vittima di penuria e perpetuatrice della distruzione materiale dell’Uomo.
ahi che la Tigre, // la Tigre Assenza, // o amati, // ha tutto divorato // di questo volto // rivolto // a voi! la bocca sola // pura // prega ancora // voi: di pregare ancora // perché la Tigre, // la Tigre Assenza, // o amati, // non divori la bocca // e la preghiera… Campo, 1956
Convergentemente, le tecniche, strutture, istituzioni della società sono stabilite nelle modalità descritte da questa relazione fondamentale con l’Altro, che delinea le passive totalità di individui dentro una collettività come impossibilità di coesistenza. Nelle società capitaliste, la penuria è stata amministrata attraverso relazioni di produzione che definiscono alcuni gruppi sociali come consumatori ed altri come membri eccedenti istituzionalizzati, le quali necessità possono essere soppresse. Ad esempio, la produzione industriale, piuttosto che ambire alla soddisfazione delle necessità basiche di ogni individuo, è stata vincolata alla sovrapproduzione di beni particolari. Mentre una parte dello spettro sociale possiede le risorse per fiorire e crescere, l’altra esperisce la penuria quotidiana e viene esposta all’ineluttabile iper-sfruttamento necessario alla riproduzione del sistema, e dei padroni. È questo il punto: il proletario, il colonizzato, lo straniero, la lumpen-classe media tardocapitalista, Elizabeth, sono necessari al mantenimento della società borghese e capitalista (Sue), che tuttavia ne minacciano continuamente la sopravvivenza. Elizabeth, le sue necessità, la sua integrità fisica (di nuovo, il proletario), viene designata e si designa come innecessaria vis-a-vis il sistema, lo status quo, la società dello spettacolo (il vero è un momento del falso), l’inorganico, la sostanza. Si crea dunque una relazione simbiotica tra la materia umanizzata e l’uomo disumano: la sostanza diviene il fine essenziale, e l’uomo inessenziale viene ultimamente reificato a mera merce.
Sotto l’ineccepibile direzione della penuria,
l’uomo e il prodotto si scambiano qualità e caratteristiche: quest’ultimo diventa l’essenziale e l’uomo, in seguito al processo di reificazione, una merce qualsiasi. a questo punto, è la materia che definisce l’attività dell’uomo, attraverso un’esigenza che deriva dal prodotto stesso e che non ha più alcun legame con i bisogni naturali dell’essere umano. l’imperativo autoreferenziale della materia (“è il mercato che lo richiede”, “se vuoi un salario devi fare così”) rende quindi il lavoro disumano4.
Il lavoro disumano, la quotidianità disumana, la cultura disumana. L’uomo e la sostanza sembrano perdere i loro confini e costituirsi nel pratico-inerte stregato sartriano, l’anti-dialettica che ostacola il movimento dialettico stesso. Stregato, perchè la sostanza sembra organizzare gli uomini: esercita un potere di disumanizzazione che sembra essere magico in quanto proveniente dall’inorganico. È lo stesso inorganico che regola le condotte, i costumi ed i consumi delle donne socializzate femmine in maniera ancora più particolarmente vessatoria e discriminatoria in seguito all’accumulazione iniziale capitalista: come quando, per quasi tutto l’Ottocento, si usava instillare sulla congiuntiva delle cantanti liriche, prima che entrassero in scena, così come delle giovani quando le si presentava a un pretendente, alcune gocce di un liquido estratto da una solanacea, la belladonna, grazie al quale i loro occhi brillavano di uno splendore colmo di dedizione, quasi sovrannaturale, benché esse poi non riuscissero a vedere più nulla5. O, brevemente in Jean Jacobs Brumberg, come per i costumi ottocenteschi le donne dovessero nascondere accuratamente il loro appetito, temendo che possa essere erroneamente interpretato come desiderio sessuale, e dunque strutturato ed ostracizzato come devianza sessuale e carattere morale da sopprimere: allora, come ora, resta difficile concepire una donna affamata e/o eccitata (vedi la nozione reazionaria di tradwife). Oppure, ora che pare il lustro body positivity stia venendo definitivamente riassorbito dall’Ozempic e dall’indie-sleaze renaissance. Il trend cycle rientra dunque nel suo design originario, la pura, bianca, longilineità, il superegotico Big Skinny. quando questa creator ha - in maniera un po’ naïf, su TikTok - postulato che lo skinny trend riemerga solo per mantenere la donna in perenne penuria, nell’impossibilità conseguente di creare o votare, credo il suo contributo possa essere appropriato come uno di questi strumenti situazionisti, massimalisti, iperbolici, ingenui e tuttavia capaci di offrire un framework di analisi semplice e politicamente efficace dello spettacolo.
Il fatto dell’alterità implica la separazione delle coscienze; tuttavia, la condizione originaria della penuria trasforma la separazione in antagonismo. La materia diventa allora il mezzo con cui si cerca di prevalere in questo conflitto competitivo, ma spesso essa restituisce il contrario di ciò che si era posta la singola praxis. È questo il momento dello scacco: volevo realizzare questo fine e invece ho realizzato qualcos’altro (la sostanza). È qui che qualsiasi individuo sperimenta la dialettica della necessità, che si presenta nell’esperienza quando la materia lavorata ci sottrae la nostra azione, non in quanto materialità pura, ma in quanto praxis materializzata. La necessità non si contrappone alla libertà come suo contrario, bensì è il verme nel nocciolo dell’essere. È questa immagine radicale di inospitalità per la donna, sia da parte del mondo sia della donna stessa, che The Substance rende puntualmente.
it's not ‘natural’ to speak well, eloquently, in an interesting, articulate way. people living in groups, families, communes say little… have few verbal means. eloquence… thinking in words is a byproduct of solitude, deracination, a heightened painful individuality. in groups, it's more natural to sing, to dance, to pray: given, rather than invented (individual) speech. Sontag, 1980
The Substance riferisce eccezionalmente, inoltre, un’idea di penuria spaziale. Non vi sono campi larghi; non vi sono spazi aperti; la città, visibile solo attraverso le pareti di vetro dell’attico di Elizabeth, è comunque dominata e parzialmente coperta dalla gigantesca opera pubblicitaria riferita ad Elizabeth stessa prima, e Sue poi. Il tutto sviluppatosi all’interno di due stanze da bagno, della sala d’un attico, della sala riprese d’uno studio televisivo, in corridoi lucidi o pastello, in una locker room. Non c’è spazio urbano, non c’è spazio sociale, non c’è estensione organica. tutto è chiuso, serrato, asfissiante, disumano.
nelle case, niente di buono. quando una porta si chiude dietro un uomo, lui comincia sùbito a puzzare e tutto quel che si porta dietro puzza anche. passa di moda sul posto, corpo e anima. marcisce. se puzzano gli uomini, c’entriamo pure per qualcosa. bisognava occuparsene! bisognava farli uscire, espellerli, esporli. tutte le faccende che puzzano stanno in camere a infiocchettarsi e puzzano lo stesso6.
Lo spirito s’accontenta di frasi, il corpo non è la stessa cosa. È qualcosa di sempre vero un corpo, è per questo che è quasi sempre triste e disgustoso da guardare.
decisamente non adoriamo niente di più divino del nostro odore. tutte le nostre disgrazie nascono dal fatto che ci tocca restare Jean, Pierre o Gaston ad ogni costo durante ogni genere d’anni. il corpo che abbiamo, travestito da molecole convulse e banali, si rivolta tutto il tempo contro questa farsa atroce del durare. vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, il più in fretta possibile, in mezzo all’universo le carine! soffrono d’essere soltanto “noi”, cornuti dell’infinito. scoppieremmo se avessimo un po’ di coraggio, ci limitiamo a decadere da un giorno all’altro. la nostra tortura prediletta è rinchiusa lì, atomica, nella nostra stessa pelle, col nostro orgoglio7.
È impossibile, alla fine, capire che un uomo, parente o meno, dopo tutto non è altro che marciume in sospeso. È impossibile, inoltre, che un film mainstream si accontenti di raffigurare equivocamente e lievemente queste premesse, senza cedere voluttuosamente alla facile critica visual-gore della borghesia: sembra sempre si debba dispiegare, suggerire tutto, e, terminando, esprimere dettagliatamente gli scopi e le apparenti prede delle pellicole significanti. Salò è uscito tipo cinquant’anni fa.
a presto,
luigi
C. Milosz, non di più. da Poesie, 1983.
J.P. Sartre, Critica della ragione dialettica, vol. 1, 1963. p. 255.
M. Russo, Dalla penuria al terrore, in L’umana disumanità, Studi Sartriani Anno XIII, 2019. p. 23.
ivi, p. 24
W.G. Sebald, Austerlitz, 2001. p. 49.
L.F. Celine, Viaggio al termine della notte, 1932. p. 425.
ivi, p. 527.








